Viaggio nel Vangelo – Terra Santa 20-30 agosto 2014

Diario di viaggio: Susanna - Betania
Essere amici di questa terra nella casa dell'amicizia

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Sono ormai le nove di sera di una giornata cominciata troppo presto quando arriviamo nella casa che ci ospiterà per i nostri primi due giorni in Terra Santa.
È buio pesto, scendiamo dal pulmino e trasciniamo i nostri zaini verso la casa delle Pie Madri della Nigrizia, suore Comboniane attive a Gerusalemme Est dagli anni sessanta, quando ancora Al-Eizariya, sorto sul luogo del villaggio biblico di Betania, era un sobborgo di Gerusalemme stessa. Come ci spiegherà suor Azezet Kidane il giorno successivo, dal 2002 Al-Eizariya è una città appartenente a quel che resta dei territori palestinesi dopo i numerosi conflitti che dal 1948, anno di riconoscimento dello stato di Israele, sconvolgono la zona.
Ed è proprio dal 2002, anno di costruzione del muro che divide i territori palestinesi da quelli israeliani, che la missione delle suore Comboniane a Betania si è fatta più difficile.
Queste suore, chiamate a fondare una casa e un asilo in questa terra per divenire ponte tra le genti, si sono trovate letteralmente la casa divisa in due da un muro.
Un muro invalicabile, alto otto metri e che per altrettanti metri si estende sotto terra, un muro che non può essere attraversato se non compiendo un viaggio di 18 km fino al valico con posto di blocco più vicino, un muro che ha reciso in due un villaggio, dividendo un’intera comunità.
La casa delle suore ora si trova per lo più in territorio israeliano, nella periferia di Gerusalemme, il muro la divide lasciando una porzione di essa in Al-Eizariya.

C’era una volta un asilo, le risate dei bambini echeggiavano nei luminosi corridoi imbiancati di fresco. Quasi tutti arabi, i più di cinquanta studenti dalla pelle olivastra erano vestiti con colori chiari e avevano zainetti con disegnati i cartoni animati.
Tutti i giorni, per andare all’asilo, i bambini attraversavano la strada da soli in piccoli gruppetti, con le mamme che sorridevano dai balconi e si assicuravano che il breve tragitto fosse sicuro. Ora le aule di questo asilo le vedo dalla mia stanza, attraverso le inferriate che disegnano cuori di metallo: vedo i giochi in cortile, i cartelloni con disegnati alberi verdi e colorate impronte di mani. Tutto tace e giace come se il tempo si fosse fermato e i bambini fossero spariti da un momento all’altro. Ma l’abbandono di questo asilo è stato graduale.
Alzo lo sguardo e vedo il muro. Listelli di bianco cemento alti otto metri e rigidamente saldati tra loro tagliano questo asilo a metà, dividendolo dalle abitazioni degli studenti che lo frequentavano, rendendo il breve tragitto per raggiungerlo un viaggio di 18 km.
A destra e a sinistra il muro serpeggia fino all’orizzonte, tagliando, separando, mutilando e dividendo. Delle bouganville color magenta sembrano fregarsene della legge che vieta di scavalcare questo muro. Dopotutto è la legge dell’uomo che lo proibisce e i fiori non devono sottostarvi. I fiori non devono recarsi al più vicino varco con posto di blocco, fare ore di coda e mostrare il passaporto per passare, per andare a compiere tutte quelle attività che fino al 2002 erano routine.
Come, appunto, andare all’asilo.

Suor Azezet ci porta sul tetto della casa, un tetto piatto come tutti i tetti di Gerusalemme, con taniche di raccolta per l’acqua piovana e pannelli solari.
È l’ora del tramonto, in lontananza il cielo si tinge di un timido rosa tenue.
Da tutti i lati fino all’orizzonte si vedono case ammassate sulle colline, case beige, bianche, grigie, case quadrate, senza tetto.
Case uguali tra loro, indipendentemente dal lato del muro in cui sorgono, indipendentemente dalla loro appartenenza a Al-Eizariya o a Gerusalemme.
Proprio sotto di noi il muro taglia perpendicolarmente una strada: dall’alto si vedono due gruppi di bambini giocare, uno da un lato, uno dall’altro. I bambini giocano agli stessi giochi, parlano la stessa lingua, sono vestiti allo stesso modo.
Non so se sanno che un tempo quella strada non era un vicolo cieco da entrambi i lati, non so se hanno mai sentito parlare di quando quella strada portava da qualche parte.
Non so se quei due gruppi di bambini si conoscono, se hanno mai giocato insieme, nonostante tutti i giorni giochino così vicini tra loro.
So che questi bambini cresceranno e i loro occhi saranno assuefatti alla vista di questo muro, saranno abituati a giocare sotto la sua ombra che rispettivamente coprirà gli uni la mattina e gli altri il pomeriggio.
Non ci baderanno più, per loro sarà normale il mondo che conoscono, non soffriranno la mancanza di un contatto con le persone che un tempo costituivano la loro stessa comunità. Per loro sarà la norma, come per me è la norma essere libera di muovermi per il mio Paese a mio piacimento, senza che nessuno mi chieda i documenti sui mezzi pubblici, agli angoli delle strade.
Un giorno questi bambini abituati a questa realtà di divisione diventeranno adulti, e il destino di quella terrà dipenderà da loro.

Noi di quella terra possiamo solo vivere lo straordinario, non possiamo capirne l’ordinario, il quotidiano. Possiamo vedere questo muro, questa terra da tutti considerata Santa ma da tutti trattata come se fosse maledetta. Possiamo scandalizzarci, storcere il naso, dare giudizi spiccioli. Ma non sapremo mai cosa significa esserne parte, cosa significa viverla.
Cosa si prova a vivere in una terra segnata da così tanti conflitti che è difficile tenerne il conto?
Cosa si prova a dover convivere con persone di culture e religioni così diverse quotidianamente?
Cosa si prova a camminare sotto quel sole cocente e arido di giorno, e sotto quella luna dalla forma unica di notte?
Noi pellegrini non possiamo avere una risposta a queste domande, ma possiamo accettare di riuscire a scorgere solo la punta di questo immenso iceberg di fuoco.

A Betania, nella casa dell’amicizia, noi pellegrini possiamo solo provare a essere amici di questa terra, affinché Gesù la faccia risorgere in pace, come qui a Al-Eizariya ha fatto risorgere il suo amico Lazzaro duemila anni fa.

Susanna