Viaggio nel Vangelo – Terra Santa 20-30 agosto 2014

Diario di viaggio: Chiara - Deserto 21 agosto
Trafitti dal silenzio di un deserto

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Sono le 4 del mattino del 21 agosto quando mi alzo dal letto, con gli occhi gonfi di stanchezza e la mente ancora piena della mia scelta universitaria, e del libro che ho lasciato a metà sul comodino. Non ho dormito, sono stanca, e il muezzin ha già iniziato a sbraitare, chissà cosa, chissà dove, in chissà che lingua tra il gaelico antico e l’esperanto. Ma chi me l’ha fatto fare, mi chiedo, mentre cerco dei calzini nello zaino e realizzo che, certo, sono io che ho deciso di farlo. Ottimo, Chiara, ottimo proprio. Guardo mia sorella alzarsi e andare in bagno a prepararsi. Ma come fa? Io vorrei dormire per i prossimi vent’anni. Mentre bevo tè bollente e mi chiedo come farò a vuotare la tazza mi guardo intorno, e vedo che siamo tutti nella stessa situazione, con le borse sotto gli occhi e l’andatura stanca.
Alle cinque dovrebbe arrivare il pulmino per il deserto. Già, dovrebbe. E invece non arriva. Dov’è il pulmino? Non lo sa, l’autista, che qui fa miracolosamente freddo alle cinque del mattino? Vediamo delle scarpe appese ad un filo della corrente e ci chiediamo che cosa le abbia portate fin lì, mentre le stelle si sciolgono nel cielo, e il cielo si tinge di rosa, e il rosa nasconde la luna. E invece noi non ci sciogliamo per niente, coi nostri vestiti leggeri e i denti che battono. L’autista si presenta con un’ora di ritardo e le mani imbrattate di olio. Come dice? Le si era bucata una ruota? Sarà. Io comunque ora voglio andare nel deserto, e scaldarmi nel suo pulmino, se non le dispiace. Ok, va bene, grazie mille. E adesso può lasciarci qui, a questa fermata, e si ricordi di tornare a prenderci alle rovine del castello di Erode. Sì, esatto, quel posto lì. Grazie mille, e arrivederci. Poi riparte e il silenzio ci avvolge.
Siamo qui, il deserto è ai nostri piedi. Fa fresco. Non avrei mai pensato di poter provare fresco, in un posto del genere.
Mi ritrovo a pensare che vorrei poter star qui, a guardare il sole sorgere dietro il terreno color caramello bruciato, e proiettare ombre lunghe sul terreno, e svegliare il mondo senza fiatare, per il resto dei miei giorni.
Il deserto di Giudea si trova ai piedi di Gerusalemme, ed è attraversato dal fiume Giordano. È un deserto relativamente piccolo, con una superficie di circa 1500 kmq e diversi villaggi di beduini. Ha un profilo duro e morbido al tempo stesso, con le sue dune di roccia e i canyon scavati dall’acqua. Ci incamminiamo, in fila indiana, senza parlare. Ascoltiamo i rumori dei passi sul suolo, e l’aria soffiare intorno a noi, e le api volare sul terreno, arido, secco. Quanto vorrebbe bere, questa terra desolata? È una terra che sa di solitudine, di sete, di ricerca. Sa di povertà come pochi altri posti al mondo. Cosa ci porta qui, in questo silenzio, in quest’aridità? La risposta arriva subito.
Ci fermiamo sulle rocce, all’ombra di una croce. Giovanni Battista ha lasciato tutto, la sua casa, i suoi amici, ed è venuto a vivere qui, mangiando locuste e miele selvatico. Le dune illuminate dalle tinte tiepide del sole si espandono in una distesa che pare infinita, increspandosi in un mare di sabbia. Dove inizierà, il mondo? Forse il mondo è proprio qui, e forse noi siamo al suo centro.
Anche Gesù è venuto qui, per un po’. In questo deserto ha deciso che impronta dare alla sua vita, dopo aver incontrato Giovanni. Potrò decidere anche io, qui, che impronta dare alla mia vita? Per ora l’unica impronta che ho lasciato è lì, sulla terra arida ed assetata, e presto il vento la spazzerà via. Eppure, guardando le dune infinite e il turchese mischiarsi all’ocra, mi accorgo che forse quello di cui ho bisogno non è aggiungere un’altra impronta al mio cammino, ma toglierne qualcuna. Qui non c’è nulla, a parte il cielo e la terra. Qui non c’è nulla, a parte l’essenziale. Qui non c’è nulla, a parte uno dei silenzi più loquaci di sempre.
Ma tu, Giovanni Battista, perché hai deciso di lasciare tutto e venire fin qui? Conosco già la risposta: ogni tanto è necessario perdersi, per capire che strada prendere.
Poi vediamo da lontano il monastero di San Giorgio. È lì, arroccato sulla montagna come il nido di una rondine, più solido che mai. Non mi stupisco che ci siano diversi monasteri, in un posto come questo: qualsiasi asceta vorrebbe vivere in una di queste oasi.
Sono le 9, e il caldo inizia a farsi sentire. Camminiamo in fila indiana come formiche, e come formiche non ci fermiamo mai. Il cammino si fa duro, sotto il sole che picchia. Le bottiglie d’acqua si svuotano e le magliette si impregnano di sudore. Avanziamo sul limite dello strapiombo come stambecchi avventurieri, arrampicandoci su massi cocenti e lasciandoci alle spalle la flora e la fauna che attorniano il monastero. Le scarpe si sono fatte scomode, si sono sporcate di terriccio rossastro. Quanto vorrei buttarle giù dal dirupo, penso, mentre le mie gambe si muovono da sole. Poi, mentre inizio a pensare che non ci sia più una fine, vediamo le rovine del castello di Erode. Ho la fronte imperlata dal sudore, e non riesco più a mettere a fuoco altro che non sia il deserto, e il caldo che mi preme sul capo. Gerico si estende davanti a noi tra il giallo e l’ocra, mentre la terra trasuda calore che increspa la superficie della terra ondeggiando verso l’alto.
Fa caldo da star male. Stiamo male. E tuttavia, mentre aspettiamo il pulmino e ci sentiamo mancare le forze, mi accorgo che in questo caldo si nasconde uno dei segreti più freschi che il mondo mi abbia mai svelato:
è impossibile trovare la propria sinfonia, se non ci si lascia prima trafiggere dal silenzio di un deserto.