Raduno giovani 2017 a Clés

Raduno giovani 2017 (seconda tappa): Clés
“Noi non sappiamo la nostra altezza
fino a quando qualcuno non ci chiama ad alzarci” .
E. Dickinson

paralitico
A qualche settimana di distanza, con il mio quaderno tra le mani, faccio memoria del Raduno Giovani a Cles.
Cosa è stata, per me, questa esperienza? Questa è la domanda con la quale cerco di accompagnare le mie parole, mentre scrivo la risonanza…
Mi piacerebbe, prima di tutto contestualizzare l’esperienza, di cui sono chiamata a raccontare.
Dall’entusiasmo buono che ha seguito il Convegno svolto a Lovere ad aprile 2016, quest’anno, è nata l’idea di costruire un percorso più continuativo per noi giovani: non aspettare un anno per ri-incontrarsi, quanto piuttosto, dar vita a tre Raduni – uno a novembre, uno ad aprile ed uno a luglio – per poter continuare a riflettere sui grandi temi “lanciati” a Lovere.
Una riflessione che non si spegne in un “grande” evento, ma un cammino da fare insieme, un passo per volta, durante il corso di tutto l’anno, con la possibilità di fermarsi su aspetti, di volta in volta, diversi. Tutto questo si è unito anche al desiderio di coinvolgere le realtà ed il territorio da cui provengono molti giovani che spesso partecipano; scelta, questa, che ha portato con sé la definizione dei luoghi “geografici”: Binasco, Cles e San Gregorio Magno. Un modo per avvicinarsi, conoscere e valorizzare…
Ed eccoci pronti, dopo essere stati, a Binasco, avvolti dal tema dello Sguardo, a
rispondere alla chiamata di un “ALZATI!”.

Ed è da qui che inizia il mio racconto, che passa attraverso i pensieri e i ricordi dei giorni a Binasco, gli incontri di condivisione, preghiera e riflessione con i membri dell’equipe e i momenti di preparazione in vista dell’appuntamento del 28 aprile, in Trentino.
Memore di ciò che mi aveva lasciato l’incontro a Binasco, vivo i giorni che precedono la partenza in uno stato di attesa e di apprensione positiva: avrei rivisto amici che ormai da un po’ camminano con me, avrei conosciuto volti nuovi, mi sarei confrontata e avrei condiviso pezzetti della mia vita con altri.
Non è tanto il “che cosa faremo?” a preoccuparmi, quanto, piuttosto, il “che cosa vivremo?” a mettermi in uno stato di attesa… Per di più, questa volta, una mia cara amica aveva accetto, un po’ a “scatola chiusa”, il mio invito partecipare, ovviamente, un pensiero particolare è rivolto alle sue aspettative.
Nei giorni precedenti al Raduno, ciascuno di noi ragazzi dell’equipe ha accompagnato nella preghiera due partecipanti al Raduno: un impegno che, nella sua delicatezza, ha preparato il mio cuore e quello di altri ad un regalo speciale.
Arriva il 28 e la fatica di una giornata andata male rischia di farmi mancare l’entusiasmo.
Fortunatamente, con l’arrivo del pulmino e dei miei compagni di viaggio, il mio stato d’animo cambia totalmente. Inizia il nostro tragitto verso Cles, la meta fisica da raggiungere e… la condivisione di “spuntini”, il racconto di sé e il sano, e sempre presente, karaoke, accompagnano le nostre ore in macchina, iniziando a farmi pregustare il bello che i tre giorni successivi mi avrebbero regalato. Le mie fatiche erano già ridimensionate.
Arriviamo a Cles ed il nostro Raduno inizia con l’accoglienza nelle famiglie, che ci avrebbero ospitato in questi quattro giorni. La mia mamma adottiva, e di Marta, si chiamava Lina.
Fare una cronaca di cosa è stato fatto, equivarrebbe a sminuirlo, cerco, quindi, di farmi guidare dalla domanda, sopra accennata.
Cosa sono state, per me, queste giornate?

ACCOGLIENZA
Esemplificata da un tè caldo e i biscotti, offerti dalla mamma “adottiva”, ogni sera, prima di andare a dormire: essi sono stati occasione per raccontarci, scaldarci, rilassarci e poggiare la testa sul cuscino con quello stato d’animo tale da far maturare quella curiosità, compagna di ogni momento del raduno:
quale dono mi sta aspettando?
Un’accoglienza fatta di cura, regalata da ogni singolo partecipante al Raduno. Un’accoglienza che si esprime nel sedersi tutti vicini, senza lasciare sedie vuote, un’accoglienza che si vede nel desiderio di cambiare sempre posto a tavola, per poter conoscere volti nuovi o incontrarne altri amici. Un’accoglienza che si sente nel dividere il tempo di un caffè e di un canto insieme. Un’accoglienza fatta di quegli abbracci che scambi con chi non vedi da tanto tempo, ma che il riavvicinare ti dà gioia. Un accogliere nascosto, anche, nella serenità e nel calore, con cui abbiamo risposto sì a tutto ciò che ci è stato proposto… cose che magari, altrove non avremmo mai fatto.

PROVOCAZIONE, SILENZIO e CONDIVISIONE
In questi tre giorni siamo stati accompagnati dal
Vangelo del paralitico, un passo che, sotto la guida delle parole di Don Daniele e Suor Agnese, continua, da allora, a risuonare in me come una campana a più voci.
Un inizio provocatorio -
quali sono le mie paralisi? – che apre, poi, ad alcune ri-scoperte. Un Vangelo che ti obbliga a fermarti, a sostare e dare un nome ai tuoi limiti, per poi capire che in essi è custodita una grande possibilità. Un Vangelo che ti ricorda che non sei solo – Chi sono i tuoi quattro amici? - perché Gesù ti mette sempre a fianco qualcuno. Un Vangelo che porta con sé una proposta: ALZATI!...e offri al mondo il tuo colore!
La riflessione personale, che ha sempre seguito i momenti di proposta, mi ha aiutata a far sedimentare ciò che è emerso e lo scambio con gli altri giovani è stato un vero dono: condividere e consegnare agli altri, nella semplicità, un pezzetto di cammino, con le fatiche e le gioie che questi momenti hanno illuminato, è sempre qualcosa per cui non smetto di ringraziare. Dal dialogo a gruppi, seduti in un’aula, al confronto a due, in marcia verso un santuario, abbiamo sperimentato una condivisione, che nell’essere capace di assumere diverse forme - anche insolite - non manca mai di profondità.

UN VANGELO A COLORI Cit Don Daniele.
Il secondo giorno, nel pomeriggio, in gruppi, ci siamo spostati a Trento e abbiamo incontrato alcune realtà: il mio gruppo si è recato all’Ospedale San Camillo, per fare visita ai malati.
Abbiamo fatto esperienza del dolore, nei volti e nei corpi di questi anziani, che ci hanno fatto dono sincero della propria vita, raccontandocela con semplicità. Molte emozioni nel vedere come alcuni di loro, nonostante la sofferenza, fossero riconoscenti per la nostra presenza. Un gesto piccolo per noi, stare lì, per loro ha significato tanto. Tra le immagini che mi sono rimaste impresse di questo pomeriggio ce n’è una: la mano di ogni anziano stringeva forte quella delle suore… che non si ritraevano da questo gesto, ma, anzi, la stringevano ancora più forte. Quanto amore passa attraverso dettagli, che rischio di non notare!?

SCOPERTA
Questi giorni a Cles sono stati occasione di scoperta, o meglio, di riscoperta. Riscoperta di qualcosa che non mi era mai sembrato così chiaro come in quella circostanza, come se fosse stato illuminato da una luce diversa.
Questi giorni mi hanno aiutato a
rivedere l’immagine di Dio, che probabilmente avevo oscurato con “altro”. Non viviamo in un mondo governato dalla magia, ci ha ricordato don Daniele: a preghiera non corrisponde una risoluzione certa del problema. Il Gesù che ho riscoperto non ti risolve le fatiche, ma vedendoti nudo, non ti fa sentire tale e ti pone di fianco amici, che, come quelli del paralitico, tengono alla tua vita e sono pronti a custodirti con un aiuto non magico, ma che somiglia ad un “ti capisco” al quale affidarsi.
La testimonianza – nel pomeriggio di domenica - di Chiara, capace di raccontarci la sua disabilità non solo come un doloroso passaggio della propria vita, ma anche come un’occasione di riscoperta del volto di Dio – che lei, con affetto, chiama il Socio – mi ha fatto tornare alla dimensione necessaria e faticosa dello stare e del sostare - “fermarsi non è perdere qualcosa“- e mi ha aperto un’ulteriore luce nei confronti di Dio. Chiara ci ha parlato del Gesù sulla croce, straziato e sfatto del dolore, come di un Gesù ad immagine e somiglianza dell’uomo… Un Dio che non ha cercato scappatoie, un Gesù, che come noi, deve tornare sempre alla preghiera al padre. Gesù che si è fatto uomo e si è fatto uomo senza scorciatoie. Un Gesù, che non può far altro che stupirmi e rassicurarmi.

Questi giorni mi hanno aiutato nel riconfermare il bello di dire SI’ alle proposte cui sono chiamata a rispondere. Un si è sempre un seme in cui sta già germogliando qualcosa. Ho detto Sì due anni fa all’invito di Chiara al Convegno Ruah e dal quel mio Sì, pian piano, grazie alle diverse esperienze – come questa di Cles - che mi sono state offerte, sta crescendo un Annalisa che altrimenti sarebbe andata persa. Ma per dire Sì, mi sono resa conto che bisogna alzarsi, mettere il proprio peso sulle proprie gambe, in un gesto che non ti consente di “imbrogliarti”. Una volta che ti alzi, devi dare il nome ad ogni parte di te, ad ogni tuo peso, e, pur nella fatica, riesci ad essere consapevole che è quella “portata” che dà valore alla tua altezza. Sei, quindi, pronto a spenderti… e fare ogni giorno una cosa bella al mondo. C’è ancora tanto su cui lavorare, ma sono tornata a casa con una spinta diversa.

Cles2
A Cles mi pare di aver scoperto un pezzettino di cosa significa essere testimoni: non ci viene chiesto di fare chissà che cosa, di essere fuochi d’artificio. Basta alzarsi e accendersi come fiammiferi. Essere testimoni è anche, solamente, invitare un amico a partecipare e lasciargli la libertà di venire... “e fiammifero dopo fiammifero faremo luce”… così tanti ragazzi, come me, felici nel condividere la Bellezza di questo Respiro, nel quale ho intuito che è bello stare, sono una luce “ri-scoperta” in quel bellissimo paesino del Trentino.
GRAZIE.

Annalisa