Pellegrinaggio all'alba del 21 novembre 2014

Predica della celebrazione della Messa ore 5.30
Siate perfetti

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182 anni fa tutta l’opera scaturita da Bartolomea e Vincenza iniziava in maniera semplice e solenne da qui: era un’opera volta – in quell'"ecclesiologia implicita” diffusasi nell’Ottocento che voleva dare una risposta concreta a problemi non nuovi, ma emergenti in quel momento – a ridare dignità ai giovani, alle loro prospettive, ai loro più profondi desideri, a soccorrere le ferite dell’umanità povera e malata. Un’opera sociale, quindi, ma che è voluta partire non da un tavolo di lavoro, bensì da un altare, da una Celebrazione Eucaristica. In ogni azione liturgica, sommamente nella S. Messa, noi siamo di fronte e veniamo resi partecipi della perfezione dell’amore, che si è compiuto in Gesù Cristo innalzato sulla croce, morto e risorto per la nostra salvezza. E la salvezza altro non è che condivisione di quella perfezione propria della Trinità. Lo dice Dio, nell’Antico Testamento: «Siate santi, perché io, il Signore vostro Dio, sono santo» (Lv 19, 2); lo dice il Figlio incarnato, Gesù Cristo: «Siate perfetti, come perfetto è il Padre vostro celeste» (Mt 5, 48).
Bartolomea e Vincenza desideravano un’opera perfetta, ma erano consapevoli che ciò era possibile solo se esse stesse avrebbero teso alla perfezione. Ecco perché la loro consacrazione non fu una firma su un atto notarile, non fu la conseguenza di un progetto definito in ogni suo punto, ma fu un mettersi dinanzi a colui che è Perfetto, perché la sua grazia le rendesse un riflesso di quella perfezione.

S. Alfonso Rodriguez, religioso gesuita vissuto a cavallo fra la fine del 1500 e l’inizio del 1600 e canonizzato da Leone XIII nel 1888 ha queste parole: «
Questo affare della perfezione, non si deve fare per forza, ma deve partire dal cuore. E così disse Gesù Cristo, nostro Redentore, a quel giovane del Vangelo: “Se vuoi essere perfetto…” (Mt 19, 21). Ma se non vuoi non basteranno tutte le cure e i mezzi che possono usare i superiori per farti perfetto. Questa è la soluzione e la risposta di quello che domanda S. Bonaventura (De perf. Relig., I. 1, c. 39). Qual è il motivo, egli dice, per cui anticamente bastava un superiore per mille monaci e per tremila e cinquemila, chè tanti, come dicono S. Girolamo e S. Agostino, solevano stare sotto un superiore, e ora uno non basta per dieci e anche per meno? La ragione di questo è che quegli antichi monaci avevano nel loro cuore un vivo e ardente desiderio della perfezione e quel fuoco che ardeva dentro faceva prender loro a cuore il proprio profitto e li spingeva a camminare con gran fervore. I giusti “risplenderanno e correranno come le scintille nel canneto” (Sap 3, 7). Con questa metafora lo Spirito Santo ci mostra molto bene la velocità e la facilità con cui i giusti camminano nella via della virtù, quando questo fuoco si è acceso nel loro cuore. Correranno, egli dice, come scintille di fuoco nel canneto. Guardate con che velocità e facilità corre la fiamma per un canneto secco quando si appicca ad esso il fuoco; in questo modo corrono i giusti per la via della virtù, quando sono accesi ed investiti da questo fuoco divino. Così facevano quegli antichi monaci e perciò non avevano bisogno del superiore a questo scopo, ma piuttosto per essere trattenuti nel loro fervore; ma quando non vi è questo, non solo non basterà un superiore per dieci, ma dieci superiori non basteranno per uno e non lo potranno rendere perfetto se egli non vuole. Questo è chiaro, perché gioverà visitarli durante l’orazione? Dopo che il visitatore è passato, uno non può fare ciò che vuole? E anche mentre se ne sta in ginocchio, non può forse pensare allo studio, al lavoro, ad altre cose che non riguardano l’orazione? E quando va a render conto della coscienza, non può dire ciò che vuole, tacere, ciò che sarebbe più necessario, e dire che le cose vanno bene, mentre non vanno bene, ma male? Tutto questo è superfluo, se egli non vuole e non desidera veramente».

“Voglio farmi santa, presto santa, grande santa!”, così esprimeva il suo fervore Bartolomea di fronte alla statua di Maria Santissima, nella cappella dell’educandato, quando la sua maestra, suor Francesca Parpani, suggerì un gioco per il quale chi delle bambine (Bartolomea non aveva ancora dieci anni) avesse estratto la pagliuzza più lunga dalle sue mani, si sarebbe fatta santa per prima.

Secoli addietro, S. Tommaso d’Aquino (Hist. Praedicat., p. 1, 1. 3, c. 37), a sua sorella che gli chiedeva come poteva salvarsi, raggiungere la santità, egli rispose: «
Volendo». E continuava: «Qui sta la difficoltà: che tu voglia e desideri veramente e il desiderio ti parta dal cuore. Dio, per parte sua, è pronto a venirti in aiuto […] Quando c’è veramente questo desiderio del cuore, esso fa sì che usiamo diligenza e sollecitudine per conseguire quel che desideriamo, perché la nostra inclinazione è molto industriosa per cercare e trovare quel che desidera e non le mancano mai i mezzi per farlo; e per questo il Savio disse che principio della Sapienza è il sincero desiderio di conoscerla (Sap 6, 17)».

Tutto questo ci dice qualcosa anzitutto sulla vita delle Sante: dell’intuizione di Bartolomea si dice che don Rusticiano, ma in particolare don Angelo Bosio, dovettero spesso frenare i facili entusiasmi, facendo rientrare in una prospettiva più umana e meno ideale ciò che a Bartolomea appariva semplice e immediato, ma frenare non ha mai significato per essi spegnere; di converso, don Angelo Bosio dovette – secondo la famosa tradizione della “fontana dell’obbedienza” – spronare Vincenza per farle apparire semplice ciò che ella reputava complesso e improponibile ai suoi occhi, ma ciò non ha mai significato far perdere di vista le responsabilità e le inevitabili difficoltà.
Perché il cuore è così: Bartolomea e Vincenza furono due persone, ma con un unico cuore! Da una parte esso si lancia, dall’altro si frena e compito di chi accompagna tutto il cammino è quello di dare equilibrio: non spegnere l’entusiasmo, ma indirizzare lo slancio del cuore. Questo fecero don Rusticiano e don Angelo.
Ma possiamo dire qualcosa anche per l’oggi, in questa occasione in cui significativamente la nostra parrocchia apre l’anno della vita consacrata, in cui siamo chiamati soprattutto a pregare e ri-capire come accompagnare le vocazioni. Non possiamo dimenticare che tutto parte dal desiderio del cuore, e questo desiderio va accolto, non va immediatamente soffocato. Noi non possiamo, nel momento in cui una persona ci manifesta il desiderio di dedicare la propria vita al Signore, immediatamente diventare le “vestali della penna rossa”, le “maestrine” che – con canoni a volte estremamente umorali e assolutamente discutibili – intendono verificare dall’esterno quel che sta succedendo nel cuore di una persona. Dobbiamo prendere coscienza che quel desiderio c’è e dobbiamo saperlo stimare! Il vero accompagnamento vocazionale sta nel lasciare che quel cuore si esprima, che realizzi e manifesti ciò che vuole, poi semmai nell’intervenire a placare o a correggere. Non solo, non possiamo partire dall’idea che tutto ciò è solo un vano entusiasmo: se così fosse stato, Gesù non avrebbe tenuto con sé nemmeno un giorno i propri discepoli, che proprio per quell’entusiasmo erano partiti con lui.
La vicenda degli apostoli, dei santi, di Bartolomea e Vincenza ci insegna che non è la verifica delle capacità il metro di misura vero per accogliere una vocazione: che cosa avevano fatto Bartolomea e Vincenza prima di questo giorno 182 anni fa? Nulla! Avevano solo il desiderio del cuore. E ciò ha reso semplice quanto appariva complesso, ha purificato paure, slanci esagerati, peccati e debolezze umane.
Quest’anno vorremo, lo spero, recuperare almeno questo aspetto: in famiglia, perché lì nascono le vocazioni; nella vita ordinata, quindi nei nostri Seminari; nella vita religiosa, nelle case di formazione.
E che Signore ci illumini!
Amen.

Don Tiberio