Il carcere femminile della Giudecca

Annalisa racconta la sua esperienza
“Abitare il carcere”

foto1_4
25 gennaio 2016, Venezia. Via Sant’Eufemia, Calle delle Convertite, mi ha accolto con le lapidarie parole di un murales, tracciate, poco elegantemente, dallo spruzzo rosso di una bomboletta sul compensato di alcuni pannelli posti a recintare un’area di lavori-in-corso. “Il carcere è una merda”. 
 
Poco distante da lì, al numero 712, il penitenziario – ex-convento del Milleduecento, segnato dal tempo e dall'umidità – stava lì ad affacciarsi silenzioso sul canaletto antistante, deputato alla sosta di piccole imbarcazioni che, specchiandosi in quell'acqua torbida e verdastra, sembravano del tutto ignorare l’ingresso verdone, che, aprendosi e chiudendosi, assolveva la propria funzione di soglia. Gabbiani gracchianti lo tenevano d’occhio in attesa che dalla piccola rampa, appena dopo il portone, scendessero enormi sacchi della spazzatura: il loro banchetto. Una scena dimessa, quindi, quella offerta, quel giorno d’inverno, dalle mura della Casa di Reclusione Femminile della Giudecca.

foto2_3
Stavo per entrare nuovamente in carcere, dopo parecchie visite come volontaria, con il permesso di consegnare alle detenute alcuni questionari, utili al mio lavoro di tesi. Mancava poco al mio ingresso e davanti ai miei occhi c'era quella lapidaria esposizione di un punto di vista che non riuscivo a condividere. Il penitenziario è senza dubbio uno spazio di sofferenza, che fatica a sostanziarsi in un’unica definizione, è difficile da raccontare e descrivere. È un ambiente composito e articolato che interseca, giustapponendoli, ambienti incoerenti tra loro, è spazio dell’ultra-regolamento e della perenne osservazione, ma è anche, e soprattutto, luogo nel quale la vita non riesce a ridursi alla mera osservazione di quel contratto abitativo, che lo renderebbe, sì, solamente una merda. Per viverlo e raccontarlo è necessario non fermarsi sull’elenco delle sue minuzie fisionomiche, quanto piuttosto, spezzettare la narrazione in accenni che definirei simbolici: le donne stesse, nel rispondere ai questionari da me proposti hanno reso evidente come la relazione che intessono con tale struttura si moduli in un abitare frammentato, fatto di spunti metonimici di dimensioni più ampie. Non grandi definizioni per risposte articolate ma poche parole in grado di evocare, costruendo un vocabolario della spazialità inaspettato, le potenzialità e le difficoltà del relazionarsi con il penitenziario, ambiente che non può accontentarsi di farsi somma di elementi brutali. Troppo semplice definire il carcere sulla base di celle, sbarre e blindi. Come fare, quindi, a parlarne? 
 
Chiudiamo gli occhi e seguiamo un percorso, che, scostante, renda ragione di alcuni tratti della vita in questo luogo. Immaginiamo di oltrepassare il portone automatico verde, consegnare il nostro documento d’identità agli agenti, liberarci dei nostri averi e depositarli in un armadietto: osserviamo, insomma, la cerimonia necessaria per accedere a questo luogo quasi sacro, tanto è il timore reverenziale sentito nei suoi riguardi. Due piani di scale, un altro portone verde ed ecco la sezione. Sostiamo, a questo punto, un attimo, non tanto per prendere fiato, quanto, piuttosto, per iniziare a percepire quelle musiche, quelle voci e quei profumi che, facendo capolino dalle porte arancioni aperte sul corridoio di pareti dipinte colore pastello, definiscono i contorni di questo spazio: un contenitore articolato, chiuso, diviso nettamente non da oggetti, quanto da colori, che lo frazionano in parti oscure e luminose, sulla base del rapporto che si riesce ad intessere con esse. Qualche passo attraverso il corridoio e si proceda dritti in sala giochi: lì alcune donne si scaldano in un’accesa partita di calcio balilla. In apparenza, nulla più di un capannello di corpi attorno a quel gioco arrugginito, sporco e datato, da buttare. Eppure è ciò che rende preziosa quella stanza.
 
Talmente preziosa da ottenere il privilegio della menzione: una donna, chiamandolo in causa nel tentativo di rispondere al mio quesito “Esiste uno spazio che definiresti privato, solo tuo?” gli ha conferito uno statuto e un pregio particolarissimo. Di fronte a una tale presa di posizione è d’obbligo, però, un ripensamento circa il concetto di privato. A cosa equivale questo attributo? In carcere si vive in un regime di perenne promiscuità: ogni spazio è comune, ogni ambiente è condiviso, poco o nulla riesce a esularsi da uno statuto di collettività. Le donne sono padrone, in maniera più o meno incisiva, di ogni spazio ed elemento, che finisce per non appartenere sostanzialmente a nessuna, che, quindi, si mostra nell’umana, costante e dolorosa ricerca di chi tenta di trasformare frazioni spaziali o attimi vissuti, in culle del privato, sostituzioni di ciò che la distanza ha allontanato, restituzioni dell’essenza di una convivenza forzata che non dà, se non lo si pretende, spazio all’espressione di sé. 
Il momento del gioco, che rende protagonisti di un atto, si rivela, quindi, in tutta la sua potenzialità di farsi spazio intimo, allo stesso modo in cui l’unità di riposo si rende scrigno della dimensione personale. In carcere, il letto è simile a un’isola di salvezza. Sdraiate sul letto si legge, si ascolta la musica, si scrive e si disegna. Insomma, ci si ritaglia un territorio in cui separarsi dalle compagne: è come se, una volta raggiunta quest’àncora sicura, ci si liberasse dalla dimensione del totalmente comune. Il resto rimane fuori, perché, come una rocca inespugnabile, si lotta affinché essa rimanga irraggiungibile da chiunque. Nessuna, infatti, fa avvicinare le altre al proprio giaciglio. Indisturbato, grattato via dal totalmente comune, distante, queste sono le condizioni necessarie, ma spesso insufficienti per l’attribuzione di quell’aggettivo mio, che fatica a essere associato a un luogo nel penitenziario. “Me stessa è il mio spazio” è una di quelle frasi che, letta più volte, apre a una sofferta prospettiva: effettivamente, in questa situazione, essa è l’unica cosa nei confronti della quale nessun altro può imporre la propria presenza. Il privato sembra non esistere, non è spazialità, o meglio è spazialità ridotta a singolarità, non è ambiente composito, ma cellula spaziale i cui confini si riducono, allineandosi alla persona che la vive o attraversa. Entra in gioco, come un’interferenza, una traslazione dal piano fisico a quello emozionale, che tuttavia, par essere l’unica operazione in grado di consentire l’accesso all’abitare.
 
Camminiamo, quindi, verso le celle, luoghi in cui, allineandosi cinque o sei di questi letti, si modula l’ambiente dal quale volontari e visitatori sono interdetti. Continuiamo, quindi, a immaginare e procediamo verso la piccola stanza, collocata in fondo al corridoio principale. ‘La nostra casetta’, la definiscono le donne cui appartiene: hanno avuto il permesso di dipingere le pareti; si sono prodigate nel cucire tende, tovaglie, e piccole applicazioni di stoffa per coprire il ferro dei letti; lo spazio è pieno di scatole, decorate meravigliosamente dalle loro mani, e un’infinità di pupazzi siede sui copriletto, tutti accuratamente coordinati tra loro. Sui muri alcuni riquadri in cartone, coloratissimo, raccolgono foto delle donne e di attori famosi. La cella può, sì, connotarsi come un posto di sofferenza e di transito, ma ha la possibilità anche di qualificarsi come uno spazio, che non esagero a definire d’arte, attraverso la presenza di questi contributi eccezionali, portatori di un messaggio, performativi nel loro essere inseriti in tal ambiente.
 
Non è certo la stanza di un appartamento, ma una cella, resa accogliente da chi è costretto a viverla, per mezzo di questa cura, che attraversando accortezze d’arredamento, sembra gridare un proprio appello all’umanità. Un ambiente che si rende bello – sempre che si possa associare questo attributo al luogo di detenzione – grazie, anche, alla consapevolezza di chi lo abita e vede in esso il posto in cui custodire ciò che più prezioso possiede. Rispondiamo, a questo punto, all’imperativo di una ragazza: “VIENI A VEDERE IL MIO ALTARINO!”, e facciamoci trasportare di peso davanti al comodino, sul quale sono appoggiate le cornici con le foto dei suoi figli. Uno tra i doni più belli che si possono ricevere, trascorrendo del tempo tra quelle mura, è quello di veder arrivare una ragazza che stringe tra le mani una cornice, un mazzetto di foto. È commovente questo desiderio di mostrare se stesse, attraverso delle immagini che le raffigurano fuori dal carcere e insieme ai propri affetti, nella loro umanità, che sentono più tangibile se la legano all’esperienza del mondo libero. Loro sono, sì, le persone con cui ti relazioni nel penitenziario, ma anche, e soprattutto, è la vita che hanno trascorso e che, se possibile, trascorreranno, una volta uscite, a rappresentarle. 
 
Si è detto della convinzione con la quale le donne negano l’esistenza spaziale di un privato. Tuttavia le risposte alla domanda: “Qual è l’oggetto personale di cui hai più cura? Come lo proteggi”? riservano una sorpresa. Sulla pagina compare l’aggettivo mio: le foto dei miei figli, i miei trucchi, i miei occhiali, i miei orecchini… e così via. Oggetti, monili, chincaglierie, quasi privati della propria funzione d’uso – che può essere quella di abbellire un volto o permettere a un occhio pigro di vedere dettagli… – e investiti di un altro compito, quello di consentire al personale di compiersi e restituire, al contempo, alle detenute la percezione dell’abitare. Abitare un luogo corrisponde a lasciare in esso tracce di sé e a riconoscervisi. Gli oggetti menzionati sono sicuramente tracce della loro esistenza, ma si qualificano in maniera molto singolare: essi – gli occhiali, la Bibbia, l’anello... – permettono a chi li possiede di completarsi, di farsi unità psicologica con essi, di ristabilire, in qualche modo, ciò di cui la donna si sente privata - il rapporto coi figli, con gli affetti lontani, o semplicemente la bellezza di esser sola, in tranquillità; diventano oggetti di inestimabile valore, ma, il loro, si connota come un pregio particolare, che non le vincola ad esposizione: solitamente, essi vengono deposti in zone periferiche, quelle celle di cui prima abbiamo parlato, i cassetti, i comodini, le cornici… e, in mancanza di una custodia, tenuti stretti a sé – pronti ad agire nel presente, solo nel momento in cui vengono tirati fuori.
 
Abitare significa lasciare tracce, oppure nasconderle? Difficile dirlo; certo è che per vivere in carcere è necessario aver ben presente quali siano le tracce di noi stessi cui far riferimento, e, in un secondo momento, a fronte della promiscuità cui si è obbligati, tutelarle; la mia ‘impronta’ rischia di essere schiacciata da quella di altri? Devo trovare il modo, di urlare, più a me stessa che al mondo, la mia presenza. Un esporre molto vincolato, lontano da quello pensato da Benjamin per i medesimi oggetti nei salotti borghesi, quello che si esprime attraverso queste stanze e le parole di chi le occupa.
In cella, è ormai chiaro, la privacy non esiste – forse neppure in bagno – quindi, a cosa servono gli spazi comuni di questa struttura? Perché andare in sala giochi, in biblioteca o in sala-teatro?
Pare che in essi ci si rechi per sperimentare un vissuto comune, una socialità diversa da quella della stanza, in bilico tra il profondamente intimo e l’apertamente pubblico, ma soprattutto si vada in cerca di un’esperienza personale con oggetti, fisicità e caratteristiche di queste stanze: lì si scrivono lettere, si può vedere il film che si desidera grazie all’unico lettore dvd presente in struttura, si gode del silenzio assente altrove, si legge il giornale, se arriva… insomma, gli spazi comuni, per molte, non sono altro che ambienti in cui cercare dimensioni in cui, ancora una volta, realizzare il privato. Forse è per questo che, chiamate a descriverli, le donne li definiscono sulla base di ciò che di prezioso in essi trovano: NIENTE, la tv al plasma, la possibilità di sperimentare una fuga, mentale, dalla contingenza detentiva. 
 
Da quel poco che abbiamo scorto, appare chiaro come l’abitare il carcere non sia altro che un’operazione pluridimensionale, che attraversa la presenza dell’individuo su uno spazio, quanto il processo di adattamento con il luogo in questione, che avviene nella modalità di una complessa, fragile e affascinante costruzione. Fare proprio uno spazio assume, in carcere come ovunque, i caratteri di un vero proprio lavoro umano, in una continua e incessante lotta e conversazione tra la presenza degli individui e le esigenze dettate dello spazio.
Il tempo di una visita non ci permette di vedere altro, un’agente lo ricorda e ci accompagna verso l’ingresso. Un abbraccio alle donne, la promessa di tornare a visitarle ed è il momento di ripercorrere a ritroso tutti gli ambienti attraversati, dritti verso la calle, fuori dalla Casa di Reclusione femminile della Giudecca. Con i nostri effetti personali ancora in mano, rivolgiamo un saluto all’agente di turno in portineria e accompagnati dal rumore delle nostre scarpe che cadono sulla piccola rampa di metallo, compiamo gli ultimi passi verso la strada. Apriamo, ora, gli occhi e ci ritroviamo nel silenzio della desolata calle: nessun suono, se non quello dell’acqua che sbatte sulle carene delle piccole imbarcazioni. Non più il vociare delle donne, non più la suoneria delle ricetrasmittenti, non più la musica né il tintinnare delle pesanti chiavi dei blindi. Nessun comando impone la direzione né il tempo dei nostri prossimi passi, rivolgiamo, quindi, un ultimo sguardo a quella facciata così anonima, alla sua insegna, alla sua bandiera, che svolazza in balia del vento e a quelle telecamere, alle quali, al momento del nostro ingresso, non abbiamo fatto caso, troppo presi dall’ansia di poter entrare nel penitenziario. Scegliamo di tornare al vaporetto seguendo un’altra strada ed ecco che scorgiamo un altro murales, posto lì ad accompagnare il nostro viaggio di ritorno e a ricordarci luoghi e persone che abbiamo appena lasciato.

Annalisa

foto3_4