L'istituto

«Allora non potevo certo immaginare che le nostre strade si sarebbero così profondamente unite, come poi è avvenuto...
Eravamo molto diverse: Caterina aveva 23 anni più di me, era molto riservata, estremamente cauta nell’assumere iniziative, specie quando si trattava di condurle in prima persona. Portavamo in cuore tutt’e due il desiderio di dare a Dio tutta la nostra vita, servendo i nostri fratelli, soprattutto i più bisognosi... Ma lei avrebbe voluto continuare a farlo con i suoi gesti nascosti di carità...

A me sembrava invece che ci fosse un bisogno sempre più urgente nel nostro paese di dar vita a qualcosa di stabile, che permettesse alla carità di farsi gesto duraturo, capace di rispondere più ampiamente, con più continuità e concretezza ai tanti bisogni dei giovani, dei poveri, dei malati... E poi mi pareva potesse essere un gran bene per la nostra chiesa, per la gente, una piccola comunità in Lovere di persone totalmente dedicate a Dio che, lasciandosi immedesimare nella stessa carità di Gesù, ne continuassero i gesti di misericordia. Ogni giorno di più mi sembrava di riconoscere in questo la volontà del Signore...
Capivo che non sarebbe stato facile, che si sarebbero frapposte tante difficoltà, che si sarebbe dovuto soffrire... ma se era veramente l’opera che Dio voleva per la sua Chiesa, per i suoi poveri, lui l’avrebbe portata a compimento. Caterina alla carità aveva consacrato la vita... Ci eravamo trovate unite nell’oratorio, nell’ospedale... aveva anche i mezzi necessari per la nuova fondazione... Era spontaneo pensare di rivolgerle la proposta. Lei condivideva l’urgenza, ma non se la sentiva. Vedeva l’idea troppo grande, troppo impegnativa. lo cercavo di convincerla che, in fondo, ciò che contava era mettersi nelle mani di Dio, totalmente disponibili a lui.

Ero convinta che a noi non era chiesto altro che di cercare sinceramente la sua volontà, il modo migliore di far risplendere la grandezza del suo amore. E lui avrebbe fatto il resto.

Così, dopo molte vicende, Caterina aderì. lo coglievo in modo sempre più chiaro che, per particolare predilezione, Dio mi destinava a essere povero strumento nell’opera che lui aveva pensato, per manifestare la sua gloria: un istituto tutto fondato sulla carità, che avesse la carità di Gesù come fondamento, scopo e stile. Questo sembrava essere, sempre più chiaramente, il suo disegno. Io mi sentivo assolutamente inadeguata a quell’impresa, ma comprendevo che anche lo strumento più povero, nelle mani onnipotenti di Dio, poteva fare le cose più grandi. Non c’era che consegnarsi ad esso e dire a Dio: sii tu la mia forza e il mio sostegno.

Era giunto il momento della tanto sospirata offerta di noi a Dio...
Sentivo che era un grande dono di Dio potermi consacrare interamente e irrevocabilmente a rendere visibile nel mondo quel suo amore fatto di tenerezza e misericordia, capace di salvare interamente l’uomo; e di poterlo fare servendo quei fratelli di cui lui mi voleva prossimo.
In quel momento non avevo altre garanzie, altre sicurezze, che Dio, la sua fedeltà. Su nessuno e niente altro potevo poggiare la mia decisione...
Era necessaria la sua stessa forza, quella dello Spirito che riempie il cuore dell’uomo della carità di Cristo. Quella forza - lo comprendevo - avrebbe potuto persino farci operare prodigi, se Dio lo voleva. E in quel momento ho chiesto il ‘pane’ per ogni giorno: che lui mi sostenesse continuamente con la sua presenza che salva; che plasmasse in me gli atteggiamenti necessari per ciò a cui mi chiamava - la carità, la mitezza, l’umiltà -; che mi conservasse ogni giorno un cuore allegro, capace di confidare sempre in lui e di vigilare su me, l’unione profonda con lui; e che mi desse coraggio in tutte le opere che avrebbero potuto rivelare agli uomini il suo grande amore.

Caterina aveva una sua sapienza profonda, espressa in quelle poche parole: «Chi sa il Crocifisso sa tutto...».
Questa era stata la sua forza. Il suo non capire, il suo timore per una impresa che le pareva sproporzionata alle sue possibilità, l’aveva consegnato tutto con lo sguardo rivolto a quel Cristo inchiodato al disegno misterioso del Padre per amore degli uomini.
La carità e l’obbedienza sono state a fondamento dell’opera che quel giorno iniziavamo, la carità che Gesù aveva riversato in noi e l’obbedienza a un disegno che non era nostro, anche se Dio lo aveva fatto maturare nel nostro desiderio, come seme in un grembo...
Così in quell’inizio mi trovai sola, con un quadro della Madonna e poco più.
Avevo fatto traslocare da casa un letto, due tavoli e alcune panche per la scuola che sarebbe ripresa subito. Non mi rimase però molto tempo per la malinconia... Presto corsi in ospedale... e quel giorno sentivo che sarei stata finalmente tutta e per sempre per quei miei fratelli.
Ero molto contenta d’essere finalmente nel luogo che il Signore aveva destinato per me. Comprendevo che non avevo ragione di temere né per il presente né per il futuro, perché ero nelle mani di un Dio che mi amava da Padre. Non c’era che da abbandonarsi.

Iniziammo l’Opera che ci era stata affidata.
Ben presto la casa si riempì di vita: la scuola, le bambine senza famiglia, le ragazze che andavano e venivano..., e il servizio in paese ai poveri, agli ammalati... La sera ci ritrovavamo per la preghiera, e per aiutarci l’una l’altra a definire la nostra vita, a cercare insieme le strade da seguire. Vi confesso che mettere in comune se stessi e la propria vita non è facile, anche quando lo si fa nel nome del Signore e del suo disegno su di noi. Già lo sapevo, ma sperimentandolo lo trovai molto più vero: Tu non ti appartieni più.
L’altro e l’opera comune che li Signore affida ti chiede di perdere molto, anche quello che a te sembra buono, utile.
Una vita esigente, ma nell’amore questo giogo è dolce. E io non l’avrei cambiato con nulla, neppure con consolazioni spirituali, perché niente mi dava una gioia così profonda, così vera, come l’aderire alla volontà di Dio.
Sì, perché Dio è il Signore. E lui conosce le strade per attuare il suo disegno di salvezza, molto diverse da quelle che noi supporremmo.
lo avevo tanto desiderato di iniziare l’istituto, tanto atteso, faticato, pianto, pregato...»

(Pellegrinaggio alle Origini. Rievocazioni)